...Con l'auspicio che quest'anno, l'economia, ancora sotto una cattiva stella ritrovi la giusta strada...
16/5/2010
Moscadeddu 2005 Tenute Dettori

Alessandro Dettori ritiene che i suoi vini vadano spiegati. Sono solo in parte d'accordo con lui. Ogni volta che ho condiviso l'assaggio dei suoi vini con persone non abituate a codificare, a cercare la similitudine con improbabili spezie, frutta e verdura, rari animali o fiori di montagne sperdute, sono rimasto sorpreso da quanto fossero apprezzati. Diverso l'assaggio di un degustatore esperto. In questo caso per apprezzare veramente i vini di Alessandro, bisogna imparare a dimenticare l'esperienza. Lasciate perdere l'approccio accademico, altrimenti la presenza del produttore è indispensabile. Quando lo bevi, immagina che sia solo vino: ne rimarrai rapito. Unico personalissimo suggerimento: bevi i rossi leggermente più freschi e i bianchi leggermente più caldi di quanto ti insegnano i professori. Il Moscadeddu è un Moscato di Sorso Sennori. Non attenderti dolcezza, prendono il suo posto 16°alcolici ed il calore della sua terra. (FF)
14/03/2010
Veneranda Vite parte II

Quando scrissi del mio fortunato incontro con Amirkal, Klekso e
I2, non sapevo che essi confezionano da sé i loro
abiti. In effetti i loro caratteri inconfondibili si riflettono
anche nel vestire. Amirkal: il
fuori da ogni moda. Klekso : il solare estroverso. I2:
neanche a dirlo, il sofisticato. Da quando ho saputo dagli amici di
Veneranda Vite, che le etichette dei loro vini sono effettivamente
rappresentazioni artistiche di Marco Verdiglione, ( pitto-scultore,
le cui opere sono osservabili nel sito internet
http://www.equilibriarte.org/gal/11017
) , mi chiedo quale caso-caos-causa, abbia legato fantasia e realtà.
Vino-personaggio ed etichetta-artista. Verdiglione sarà più I2,
Klekso o Amirkal? Mi godo, mentre penso, l’opera
multipla: confezione – scultura – pittura- etichetta-vino,
regalatami da Giovanni e

Pitto scultura / confezione di Marco Verdiglione -2009
31/01/2010
Amirkal, Klekso e I2 Veneranda Vite

Amirkal se ne stava seduto a terra – jeans, t-shirt , scarpe da ginnastica- lo sguardo lontano, troppo per non essere quello di chi si guarda dentro. Lo osservavo avvicinandomi, me lo avevano descritto come un po’ burbero, introverso, a volte duro, ma capace di slanci inaspettati per chi riconosce come amico. Vedendomi arrivare, fece breve cènno con il capo, prima di tornare con lo sguardo verso la valle : vigneti bassi e curati, ma in fondo rispettati, come se non si volesse interferire troppo con ciò che la natura decide. Dissi che ero lì perché mi avevano parlato del suo lavoro e di quello dei suoi fratelli Klekso e Idue. Alle mie parole si alzò da terra pulendosi alla buona i pantaloni leggermente sporchi di terra. I tre fratelli erano noti in zona per la loro abilità nel lavorare il legno. Le loro strane sculture erano rare e richiestissime, e, sebbene per lo stile parevano scolpite dalla stessa mano, avevano caratteristiche comunque differenti. Mi accompagnò nel laboratorio dove Klekso, intento a scalpellare, vedendomi si fermò e mi strinse la mano sorridendo. Meno introverso e più comunicativo, iniziò a parlarmi del loro lavoro e mi indicò una serie di figure in legno disposte sui lati e poco distanti da noi. Le differenze rispecchiavano i caratteri. A dire il vero c’erano solo le sue e quelle di Amirkal. Le prime erano di più facile interpretazione : nudi femminili con espressioni solari, semplici e per questo sensuali. Le seconde affascinavano perché erano al tempo stesso figurative e astratte: immagini della natura, umana e non. Ma al di là della loro apparenza estetica, quello che volevano davvero trasmettere era un’idea. Ho sempre sostenuto che sia impossibile giudicare l’opera di un’artista se non lo si è conosciuto, se non si comprendono le forze che hanno generato l’opera e ciò che esso stesso vuole rappresentare. In ogni caso nel laboratorio nessuna traccia delle opere di Idue. Gli sguardi complici dei due fratelli quasi volevano sviarmi quando chiesi di lui. Sghignazzavano , lo apostrofavano come “il Lord”, il “principino”. Mi dissero che avrei potuto trovarlo nel suo laboratorio, che non condivideva con i fratelli, ricavato direttamente nell’appartamento situato a una cinquantina di metri da lì. Mancava poco al tramonto e decisi di recami da Idue prima che fosse buio.

Tirai più volte la corda che faceva suonare una piccola campana in bronzo,e, dopo una decina di minuti, si presentò il terzo fratello. Sebbene la somiglianza era evidente, Idue era vestito elegantemente, e il linguaggio usato faceva trasparire una figura certamente egocentrica. In effetti appena vidi le sue sculture rimasi impressionato dall’eleganza e dalla tecnica, dalla pulizia dei tratti e dalla sicurezza della mano. Stupiva come sa stupire un grande pianista. Amo il Jazz. Se dovessi associare i tre fratelli ad altrettanti musicisti , direi che Idue mi ricorda Keith Jarrett, Amirkal Miles Davis e Klekso Bill Frisell. Parlai a lungo con Idue osservai le sue opere e ascoltai le sue parole. Quando decisi di andare – mi aspettava un lungo viaggio in auto- era ormai notte, il cielo era limpido e nero e illuminato in modo quasi irreale dalle stelle, che in città si vedono poco. Camminando verso la macchina, dissi a voce bassa “grazie!”, non sapendo neppure a chi mi stavo rivolgendo, ma certo che mi avrebbe comunque sentito.
Devo riconoscenza a Giovanni Barbieri per
avermi fatto conoscere i suoi vini (ma so che pari riconoscenza
si deve a
