www.fabriziofurlan.it   

Questo è il mio diario. Vi annoto i pensieri e ciò che mi va di condividere. Non seguo una corrente e non ho suggeritori : potrai trovare solo affermazioni in cui credo...

 

05/02/2012

Bill Frisell : All We Are Saying - Tribute to the music of John Lennon.

                        

Il primo concerto con Bill Frisell  cui assistetti , risale a più di vent’anni fa.  Era in compagnia di musicisti – allora- di maggior fama.  Il quartetto era il Bass Desires di Marc Johnson e,  oltre a Frisell e Johnson, sul palco suonavano niente meno che Peter Erskine – mio parere- il più raffinato batterista vivente, e John Scofield , virtuoso estremo, reduce e reso famoso  dalle esperienze Davisiane.   Il mio sguardo, basito, era costantemente su Frisell. Non ci capivo nulla : sembrava aver in mano uno strumento che non conosceva , intento a fare esperimenti da piccolo chimico. Nessuno slancio, niente effetti particolari, nessun virtuosismo.  Eppure suscitava una strana attrazione.  Ultimamente definito “il più innovativo e influente chitarrista jazz degli ultimi 25 anni” , Frisell stupisce sempre e comunque. I suoi album abbracciano di volta in volta blues, jazz, country, e ogni altro genere musicale, anche se forse sarebbe più corretto affermare che non ne sfiorano nemmeno uno.  Filo conduttore del suo percorso artistico, pare essere la ricerca della semplicità e dell’essenziale.  La volontà di creare atmosfere sospese e sofisticate. Questo All We Are Saying - omaggio a John Lennon e in qualche modo a Paul Mc Cartney - ne è fantastico esempio.  Rimarrai rapito dalla levità di Across the Universe , dalla semplicità formale con cui viene eseguita Imagine , ma soprattutto incantato dalla dolcezza di Julia, che  vorresti non terminasse mai.  Da regalare alle persone che ami. (FF)

 

11/07/2010

Eros e Thanatos

       

          I due  mondi (Marina alberti - nostra madre) 

Riporto - data la stima che ho di lui - la breve raccolta Eros e Thanatos, scritta dal minore dei miei fratelli: Pietro Nicola. Formazione umanistica lui, tecnica io: forse ancora Eros e Thanatos. Pietro è riuscito ad associare alcune delle sue poesie ad altrettanti dipinti di nostro padre, trovando per essi una nuova chiave di lettura.  Chapeau!(FF)

Il ritorno di Orfeo

 

La sempiterna valle oscura

Risonava passi certi

Altri lievi e tremuli inghiottiva

anche il ritorno per Orfeo

Fu di silenzio immoto,

Risalente valicò la vita,

Sorrideva.

Non si voltò.

I verdi campi salutarono lo sguardo.

Già la lira vibrava

Un amore riesumato...

Ma Euridice alle sue spalle

mancava

Orfeo e Euridice

Aristeo pastore, figlio d'Apollo

sguardo estinto di libido presago

dimentico getta la fistula,

il verso che dorme nell'erba,

come l''insidia, vacua di morte, egli corre.

La caccia scandisce lo stupro

che fugge in affanno la ninfa.

 

Euridice il cui passo fallace

nei pressi del corso fu morso,

l'aspide nell'ombre la spinse,

al soffio del vento affidò il suo pianto

e al poeta Rodope canto.

 

Pianse Orfeo

Null'altro cantando se non un lamento,

e il mondo mosse con lui.

Le pietre stridevano di scricchiolii,

franavano i venti e le onde,

frusciavano immote le piante

all'ululato della luna

e le bestie impallidirono in silenzio,

mentre egli varcava la soglia con mille morti.

L'oscurità lo avvolse fredda

poi abituò l'inconscio ai riflessi di sangue,

tutto era rubino.

il sasso era d'osso, sentieri di cranio rosso,

la carne spettrale: "ma vivo?"

Il cuore lo convinse di sì.

alla fine sentì

Orrore,

cacofonia politonia,

trovò la sua bocca in un urlo

troppo aperta in un suono stridente...

... d'Amore.

Si costrinse in un canto,

null'altro cantando se non un lamento.

L'Inferno fu fermo.

 

Chiamò i morti per nome

ed essi compresero il loro destino.

Chiamò Euridice

e Persefone lo spinse lontano.

"Esci dall'Ade e non volgerti indietro

per il tuo amore",

fraintese.

 

Il passo tornava su una strada già chiusa

Si volse... non vi era nessuno.

"ma..?" disse e di nuovo era tenebra

mentre chiamava il suo nome.

        

 

Alla deriva

 

Ti ho inseguito

in un paese mancino.

così vicina e irraggiungibile

tu sei il mio sangue.

Oscuro Tamigi,

volevo affogare nei tuoi flutti

t'ho cercato...disperandomi

Ed eri lì:

dove le mie orme s'erano appena estinte.

La tua immagine spettrale mi perseguitava.

Così vicina e irraggiungibile, ombra.

Dagli altissimi tetti

la mia vista spazia sui lumi

a ricercare il tuo.

Dense nubi dal legno sorgono

e la speranza si allaccia a questa nebbia

dissipandosi.

Secche lacrime,

urlando in silenzio il tuo nome, sgorgano.

Amata inconsapevole,

 falsa copia sorridente,

nel cuore ti conservo

solo,

e i tuoi bianchi denti

mordono i miei pensieri.

Così vicina e irraggiungibile

non so cercarti,

e ciò mi uccide.

 

Trasparenze

 

Mai più attingerò dai tuoi occhi il mio pianto.

La tua forma sbiadisce nei miei ricordi

e ora vivo un dolore diverso,

ironico e terribile:

cercare nitida la pelle tua,

a un fiume comparare i tuoi capelli,

ascoltare il ricordo di un saluto,

sovrastato da un vorticare di torture.

Dolore diverso:

cercare di non dimenticarti.

Un dolore che scarti di foto

non sublimano.

Piaghe i miei passi

s'appressano dimentichi

alla tua dimora scovandosi;

illusione decadente:

amare un fantasma.

 

 

Hùrin e Morwen

 

Erra finalmente libero Hùrin,

la tragedia negli occhi

non più scorre ma permane.

Ricordo vacuo, venato in nero:

filtro di malizia non sua.

Eppur s'amarono i suoi figli,

e poi s'uccisero.

dipanati i venefici incanti

Caddero:

Niniel nel fiume,

Turin sulla spada.

 

Erra finalmente libero Hùrin

e un'ombra raminga

lo incrocia fatale:

è la sposa.

Nella bruma ancora scheletriche mani

Tendono ai figli ma sanno:

"sono perduti" dice "come ella l'ha trovato?",

al rezzo della croce

siede fiaccata,

a una croce nomata famiglia.

"ma tu no" neutro risponde il marito.

E le dita s'intrecciano

e canute le fronti si toccano.

 

Erra finalmente libero Hùrin.

Morwin rimase.

 

El vecio Orfeo

 

J anni sufia nei cavei,

canti de ogni lingua

el ga sercà.

Tante boche, tante voxi

gheva Orfeo

tute de ogni sorte grava.

schena in tochi

Schiva corteae bacanti.

Tuti j anni che'l sercava

tra ee pasanti,

poro gramo,

nganca in veneto la ga catà.

S'gionfo de letterature

màstega diaeti

e no'l smete de tentoni.

Siga sora el Grappa:

"Riceee!"

ma soeo eco de tombe

ghe risponde.

Vani i tentativi

in carte e inchiostri falsi;

fiaco de alegorie

ga sercà nei campi.

Ma nela vita vera

no la ga mai catà

chea maledeta porta,

soeo i oci verti

de una morta.

Alla memoria di Giuseppe Furlan

 

 

03/03/2010

Absolute zawinul

 

Dove sarà ora Joe Zawinul? Forse in Anatolia da Arto Tuncboyaciyan, in Turchia da Burhan Ocal, nelle Altai Mountains/South Sibiria da Bolot, nel Mali da Salif Keita. O forse no, forse è dal suo amico Paco Sery nella Costa d’Avorio o in India da Trilok Gurtu e Amit Chatterjee, nel Cameroon da Richard Bona, in Israele da Tal Bergmann. Che si trovi invece in Perù da Alex Acuna o in Venezuela da Rudy Regalado?. Altri pare lo abbiano visto in Guinea da Djene Douymbouya, altri ancora nelle Antille da Mino Cinelu. O di nuovo in Africa da Sabine Kabongo, in Brasile da Alegre Correa. Negli States dove i suoi musicisti non si contano : Peter Erskine, Wayne Shorter, Jaco Pastorius. Probabilmente sarà – nonostante tutto- nella sua Vienna. Per oltre trent’anni ha esplorato ogni angolo della Terra, alla ricerca di nuovi suoni, ancora diversi da quelli unici che riusciva a tirar fuori dai suoi sintetizzatori, dal suo Vocoder, dal suo Korg Pepe. Una ricerca su almeno cinque dimensioni (spazio, tempo, generi) per ottenere una musica che è stata definita in mille modi, ma che era – ed è-paradigma di musica globale, di musica totale. Oltre la World Music, perché assieme di suoni di ogni luogo, ma anche di ogni tempo. Nell’anno in cui se ne andò da questa Terra, (usando parole del figlio Erich: “Joseph Zawinul was Born in Earth time 7 july 1932 and was born in Eternity time on 11 septermber 2007), registrò in studio, con il conduttore Kriststjan Jarvi (Estonia) e il suo Absolute Ensemble, il suo ultimo album: Absolute Zawinul. Qui luoghi e il tempo si mescolano con i generi. L’Absolute Ensemble, fondato nel 1993 come Chamber Ensemble e la premessa di suonare musica senza confini, incontrando il Zawinul Syndicate, unisce violini, viole , violoncelli, oboe , clarinetto, flauto, tromba, trombone, contrabbasso, percussioni , tastiere, chitarra e basso elettrico, batteria, voci.  Mentre ascolto the peasant (il contadino), la mia compagna è una bottiglia di Clos des Amandiers 2007: la scelta non poteva essere più fortunata. Questo vino, nato a Mararo, nella regione vinicola di Kakheti, nel Caucaso (Georgia), e. ottenuto dalla vinificazione -secondo i dettami della biodinamica- del vitigno Rkatziteli viene a lungo affinato in antiche anfore d’argilla interrate.  Fusione su fusione : colori, profumi, suoni e sapori, in perfetta armonia, che viaggiano oltre il tempo.(FF)

28/11/2009

DOC prosecco, una vaccata!

L’amico Arturo Vettori non produce da quattro anni il prosecco nella versione frizzante. Motivo: il mercato era disposto a pagarlo molto meno della versione spumante. Ciò contro ogni logica. Ho stappato una bottiglia di prosecco frizzante a 4 anni dall’imbottigliamento: non lo avessi saputo avrei detto che proveniva dall’ultima vendemmia. Le nuove Doc e Docg , operative da aprile 2010, faranno grandi danni al vino di qualità e ancora di più ai piccoli e seri produttori dell’attuale denominazione. Il nuovo disciplinare è stato cucito con abilità sartoriale secondo le necessità di pochi grandi industriali del vino. Il prosecco DOC potrà provenire da un’area vastissima, e mi dicono che è stata data deroga per l’imbottigliamento addirittura in Piemonte. Si troveranno vini scadenti venduti a prezzo talmente basso da mettere fuori mercato chi ha dato dignità alla denominazione.  Mi risulta anche che il vitigno non potrà essere più chiamato Prosecco, bensì Glera. Giusto per non pestare i piedi all’oligopolio. (FF)

15/11/2009

De Sade : Storielle Racconti e Raccontini

             

Fu l’ultimo libro bruciato in una piazza - 1957- nel nostro paese. Venne pubblicato dalla Veronelli Editore : Il rogo fu eseguito per conto della procura di Varese a causa dei testi e delle illustrazioni giudicate oscene. Veronelli per quella pubblicazione fu condannato a 3 mesi di detenzione. Assistette al rogo e polemicamente rise e applaudì per tutta la durata. Dopo anni di ricerche sono riuscito a procurami una copia, delle poche rimaste, di quest’opera del Marchese de Sade, dal titolo originale Historiettes contes et fabliaux. In chiusura di presentazione il traduttore Pino Bava scriveva: “Avevamo appena finito di scrivere queste note, quando si seppe che in Francia veniva fatto il processo all’editore Pauvert, reo di aver ristampato le opere di Sade, di cui dovrebbero forse esistere soltanto copie alla macchia, o sepolte nel’enfer della Rèserve delle biblioteche. Anche se la quarta repubblica vuole aver parte dell’eredità di Luigi Filippo, speriamo prevalga il buon senso”. Così non fu.

Riporto di seguito la prima storiella contenuta nel libro: Il serpente.

 Tutti hanno conosciuto all’inizio di questo secolo la signora presidentessa di C…, una delle più amabili e graziose donne di Digione, e tutti l’hanno vista accarezzare e pubblicamente tener sul proprio letto il serpente bianco che fornirà l’argomento di quest’aneddoto. Una signora straniera era andata un giorno a trovarla, e pareva curiosa di conoscere i motivi delle cure che questa graziosa presidentessa aveva per il suo serpente. “Quest’animale è il miglior amico che io abbia al mondo” diceva lei “Un tempo, signora, ho amato appassionatamente un giovane incantevole, costretto ad abbandonarmi per andare in guerra a mietere allori; indipendentemente dai nostri regolari incontri, egli aveva voluto che, seguendo il suo esempio, in certe ore convenute ciascuno di noi si ritirasse in un luogo solitario per occuparsi soltanto della nostra tenerezza. Un giorno, alle cinque del pomeriggio, mentre andavo a chiudermi in una delle serre in fondo al mio giardino, per mantener la parola datagli, sicurissima che nessuna bestia di questa specie potesse essere penetrata in quel luogo, scorsi all’improvviso questo grazioso animale che, vedete, adoro. Volli fuggire; ma il serpente si stese davanti a me, pareva chiedermi grazia, sembrava giurarmi d’esser lungi dal voler farmi del male; io mi fermo, osservo quest’animale, vedendomi tranquilla si avvicina, fa cento spire ai miei piedi, una più veloce dell’altra; io non posso trattenermi dall’accostargli la mano, esso vi strofina delicatamente la testa; io lo prendo, oso mettermeli sulle ginocchia, egli vi si accoccola e sembra dormire. Un inquieto turbamento mi afferra…Lacrime scendono mio malgrado dagli occhi e inondano la deliziosa bestiola…Ridestata dal mio dolore, questa mi osserva, geme, osa alzare il capo all’altezza del mio seno…l’accarezzo, e ricade annientata. Giusto cielo!, esclamai, è finita! e il mio amore è morto! Lascio quel luogo funesto, recando con me il serpente al quale un nascosto sentimento pareva legarmi senza che io lo volessi. Fatale avvertimento d’una voce sconosciuta di cui potrete interpretare come vorrete i decreti, signora, ma otto giorni dopo vengo a sapere che il mio amante è stato ucciso, all’ora precisa in cui il serpente mi era apparso; e non ho mai voluto separarmi da questo animale, mi lascerà soltanto con la morte; poi mi sono sposata, ma con la precisa condizione che non me l’avrebbero tolto”. E terminando con queste parole, l’amabile presidentessa prese il serpente, se lo pose sul seno, e gli fece fare, come ad un cagnolino, cento graziosi giochetti davanti alla signora che l’interrogava. O Provvidenza, come sono inesplicabili i tuoi decreti, se quest’avventura è vera, come l’afferma tutta la provincia di Borgogna.

Rogo in piazza : non serve scomodare Freud dal suo riposo, per capire che questa più che oscenità, è storia d’amore. (FF)

10/05/2009

Ombra delle mura

Si è volta quest'anno a Solagna (VI) la quarta edizione di Ombra delle Mura, interessante occasione d'incontro con una ventina di viticoltori. Ad unirli, un credo filosofico legato al rispetto della terra, del processo produttivo e del prodotto. Parlo di biologico e biodinamico, nelle sue varie sfacettature.  In Italia si assiste ad una continua interferenza fra comunicazione e produzione. In buona sostanza a fare il mercato - anche se per fortuna oggi con meno forza che in passato- sono le guide e i presunti guru . Fino a 10 anni fa chi non utilizzava le barrique rischiava giudizi massacranti. Oggi li rischia chi le usa. La coltivazione biologica e biodinamica sta attraversando un periodo fortunato che spinge molti ad intraprendere una strada sicuramente difficile e non per tutti. Ventisei i miei assaggi, non più di sei quelli emozionanti. Cito il Bianco 2007 Massavecchia (malvasia di Candia), gli strepitosi Oslavjie 2004 (chardonnay,sauvignon,pinot grigio - uvaggio in senso stretto) e  Ribolla 2003  Radikon, il Myrto 2004 (manzoni bianco/sauvignon)  Foradori , il Don Chisciotte 2007 Il Tufiello, il Pico 2004 La Biancara. Speriamo arrivi presto il tempo in cui chi produce, possa  farlo seguendo le proprie idee e non le costrizioni commerciali (FF).

13/02/2009

Le stanze : di Poliziano, del Poliziano e mie.

 Le Stanze 2001 Poliziano

                   

I vini di Poliziano sono fra i più premiati dalle guide dei vini, praticamente da tutte.  A partire da Elegia – ultima annata prodotta 1995- per poi andare al Nobile di Montepulciano Asinone e infine a Le Stanze, è difficile rimanerne delusi. Sono tutti tecnicamente ineccepibili, come lo dimostra anche la loro longevità. Nel 1993 e nel 1995 Le Stanze era un cabernet sauvignon in purezza, le annate successive diventano un bordolese, con l’eccezione di alcune come il 1997 e il 2001 in cui è presente anche  sangiovese. Prima dell’assaggio mi sono documentato sull’opera a cui è dedicato il vino  (Le Stanze per la Giostra...). Leggendola, accompagnato dal racconto del bicchiere, via via meno pieno, o immaginato Le mie stanze. Una possibile rappresentazione di spazio, tempo, situazioni ed emozioni.  Del vino in senso stretto non voglio parlare, userei le aggettivazioni date ai grandi. Mi ha emozionato ancora, come sempre. Per me questa bottiglia ha significato particolare, come del resto l’annata : 2001. Difficile ed emotivamente molto intensa. Più sotto Le stanze per la giostra e Le mie stanze

P.S: Contro quanto detto sopra  un amico mi ha dato notizie controverse su Federico Carletti, titolare dell'azienda. Non conoscendolo mi limito a prenderne atto.

Le Stanze per la giostra del Magnifico Giuliano

Opera scritta da Angelo Ambrogini , detto Poliziano, dal nome latino del paese d’origine Montepulciano (Mons Politianus). Due libri. il primo contiene 125 stanze, il secondo 24. L’opera è incompiuta. E' la storia di Iulio, uomo dedito alla caccia e lontano dall’amore. Cupido decide di colpirlo con una delle sue frecce facendolo innamorare si Simonetta, un bellissima ninfa.

Le Stanze (il vino)  riporta in etichetta il seguente testo, che è il contenuto della stanza LXXXIV:

 Mostronsi adorne le vite novelle                                                 d’abiti varie e con diversa faccia:                                                 questa gonfiando fa crepar la pelle,                                           questa racquista le già perse braccia;                                         quella tessendo vaghe e liete ombrelle,                                          pur con pampinee fronde Apollo scaccia;                                  quella ancor monca piange a capo chino,                            spargendo or acqua per versar poi vino.

 Le mie stanze.

Spazi fisici e mentali.                                                                       Attigue, contigue, su più piani.                                                   Dietro, le stanze del passato.                                                       Davanti, quelle del domani.                                                                Sulla destra e a sinistra le stanze del presente :                        quella della famiglia,                                                                                 quella degli amici,                                                                              quella dei colleghi,                                                                             quella del quotidiano.                                                                              In ogni stanza quattro porte ai quattro lati.                                   Un’apertura sopra e una sotto.                                                      Avanti per il divenire,                                                                      dietro per i ricordi,                                                                          Sinistra e destra per ogni spazio attuale.                                    Sotto ogni stanza, un’altra stanza.                                                      La stanza dei rimpianti,                                                                     quella dei rimorsi,                                                                                quella dei segreti,                                                                                 quella dei fantasmi,                                                                           quella delle ossessioni,                                                                      quella delle paure.                                                                              Sotto ancora, la grande stanza dell’inconscio.                         Giace il segreto del perché siamo.                                                  Sopra ogni stanza, un’altra stanza.                                                Quella dei sogni,                                                                                   quella degli amori segreti,                                                                  quella dei pensieri,                                                                            quella degli ideali.                                                                                Sopra ancora l’ultima stanza,                                                            dove si entra per non tornare più indietro  (FF)

 

 

Di seguito gli scritti  pubblicati dal 2007 al 2008....

27 ottobre 2007

Enoteca con cucina Osteria Bellavista

Finalmente, finalmente, finalmente. Era ora che in un panorama paradossalmente povero e stanco, arrivasse qualcosa di nuovo, degno di chiamarsi Enoteca. Se poi la dicitura che appare quasi come una timida appendice – con cucina – si rivela nei fatti , all’altezza e anzi, sopra, parecchio sopra una buona parte dei ristoranti della zona, per la qualità delle proposte, allora si può parlare senza esagerazione di astro nascente. Credo di essere il primo a scriverne – il locale è stato inaugurato una settimana fa- e quindi mi spetta di diritto la paternità della scoperta : questo luogo diverrà in breve tempo meta ambita, reale punto di riferimento. Nasce dalla comunione di idee di Flavio Piotto- passato da imprenditore e Raffaele Barbisan– circa un quarto di secolo di esperienza nel campo della ristorazione. Già nel ristrutturare il  rustico che ospita l’enoteca  , sono riusciti mettere il vestito giusto al locale. Quante volte ci troviamo di fronte a distoniche proposte : luoghi freddi e di cattivo gusto , dove fra cucina e ambiente regna la totale disarmonia. Via con i vini. Le etichette sono molte centinaia, scelte una ad una solo dopo attenti assaggi. Chiedete a Raffaele : di ognuna di esse avrete il racconto. Non si può proporre ciò che non si conosce e non si capisce. Troverete decine e decine di prodotti che non avete mai sentito nominare. Scrivo la mattina successiva a quello che doveva essere un dopo cena fra amici. Siamo andati al Bellavista con l’intenzione di bere un buon bicchiere di vino: abbiamo stappato e finito una bottiglia di Bocciolè 2003, merlot in purezza dell’Az.Agr. Petreto , accompagnata da un assaggio (…era un dopo cena) di risotto al tartufo nero dei Berici e zucca , seguita da un altro a base di tagliolini fatti in casa ai chiodini del Montello e speck cotto dell’Alto Adige. Materie prime eccellenti e mano abilissima in cucina. Piatti semplici ma raffinatissimi: entusiasmanti. Non meno interessanti gli antipasti. Abbiamo assaggiato il Porcaloca (un salume di maiale ed oca), la coppa veronese affinata all’amarone, il San Daniele appositamente affinato con ridotta quantità di sale, per esaltarne dolcezza e morbidezza; insomma massima attenzione e ricerca anche qui. Apro una parentesi : al Bellavista non troverete anoressiche porzioni iper-coreografiche che impongono un successivo passaggio in pizzeria , ma neppure quantità che necessitano una preventiva sbottonata ai pantaloni.  Quasi dimenticavo : Flavio, conoscendomi, ha messo in sottofondo Faces and Places , lavoro-capolavoro di Joe Zawinul.  A seguire, Malvasia delle Lipari passito 2005 Caravaglio , una delle tante scoperte di Raffaele. Un vino che non è praticamente distribuito e che probabilmente troverete solo al Bellavista o casa del produttore. Ho sempre considerato Raffaele un grandissimo conoscitore dei vini dell’Alto Adige , dove si reca direttamente per selezionare i prodotti,  evidentemente lo sottovalutavo, visto che le sue selezioni provengono anche dall’estremo sud. Assieme a questa malvasia, piacevolmente fresca e agrumata, lontana dai soliti passiti stucchevoli e marmellatosi , sono arrivati delle favette e dei biscottini alle mandorle preparati dalla mano esperta di Paolo, figlio di Raffaele , giovanissimo ed abile pasticcere. Abbinamento perfetto. A chiudere ho voluto il confronto con un muffa nobile : abbiamo stappato un Pourriture Noble 2001 Petreto che non ha fatto rimpiangere i più famosi cugini francesi. Troverete al Bellavista diverse annate dello stesso vino : del Pourriture Noble sono state selezionate quelle dal 2001 al 2003. Tutte le bottiglie, proposte a prezzi onestissimi, si possono acquistare con dei ricarichi di pari onestà.  Inoltre, i vini proposti in mescita sono davvero numerosi e anch’essi si distinguono dalle solite proposte. I coperti sono una quarantina, ma in estate verrà utilizzato uno spazio esterno che aumenterà sicuramente la capacità di accoglienza. Complimenti davvero su tutta la linea.                    Osteria Bellavista, Via Piovega , 30  Paderno del Grappa (TV) tel 0423.949329 . info@osteriabellavista – www.osteriabellavista.com

29 novembre 2007

 Dedicato a Gino Veronelli

 Esattamente tre anni fa , poco dopo le 20, mentre guardavo distrattamente il telegiornale con mia moglie Sara – che meno di due mesi dopo partorì nostro figlio Francesco Gino - una breve e tagliente notizia, ci raggelò. L’annuncio della morte di Luigi Veronelli. Sapevo che stava male, ma non così male. L’ultima volta ci sentimmo a Giugno, in occasione del mio matrimonio, poi seguirono diversi mesi che , a causa di una gravidanza non facile per mia moglie, mi tennero lontano da tante cose e da tanti avvenimenti. Rimanemmo senza parole, quasi imbarazzati dall'apprendere una simile notizia in modo così sfuggente e dal telegiornale.  Vivo il ricordo di quel momento con un sottile senso di colpa. Da quel 29 novembre- ogni 29 novembre- stappo da solo una bottiglia dal significato particolare, e la dedico a Gino - con Gino. Sono momenti di malinconia, ma di ricordi felici. Quest’anno ho scelto il For Duke 2000 di Gino “Fuso” Carmignani , vitivinicultore in Montecarlo (LU). Scelta non casuale – Gino Fuso- era fra i prediletti di Gino Veronelli. Non potevo scegliere miglior sottofondo musicale: dopo un’iniziale ed esotica “Pyramid”, Duke Ellington , a cui è dedicato questo For Duke, regala una splendida versione di “In a sentimental mood”. L’etichetta di questa bottiglia (priva di retro-etichetta), riporta tutto ciò che serve, perfino, sulla parte superiore , sette tasti di pianoforte, più i cinque mezzi toni. Nell’estremità inferiore – testuale- la scritta -Vitigni : Syrah, Merlot, Sangioveto. Un vino raro, schietto, con vena dolce-amara, spigoli volutamente non smussati. Fa pensare a uve molto mature , ciliegia, tabacco, cuoio, goudron. Lascia la bocca asciutta, ti induce a berne ancora.   Ad essere sincero avrei voluto stappare , dello stesso Gino Fuso, uno dei due magnum che ho in cantina del Merlo-T della Topanera. Vino prodotto solo in magnum , circa 600 bottiglie per annata. Per me solo, un magnum è troppo. Riporto però un documento scritto da Veronelli e pubblicato sul corriere della sera l’11 febbraio 2001 (nel mio sito , il numero 11 compare con una frequenza impressionante- faccio appello alla numerologia…).   “ Gino Carmignani, detto il “Fuso”, genio e sregolatezza- che 11 anni ha sognato nelle vigne difficili tra i filari di del Merlot- ha chiamato il suo vino Merlo-T 1998 della Topanera. La Topanera non è la compagna dei Tupamaros ( topa vien detta- e il termine si carica di infinita tenerezza- la parte femminile più intima). Un vino di quelli ch’io definisco compiuti per consistenza , calore e dialettico incanto. Quel gattaccio di un Gino – proprio come i gatti che stesi si fregano e fanno le fusa, lisciati sgraffiano- ha dato al vino del suo desiderio un nome che graffia. Ora il miracolo di questo Merlo-T, vinificato per sé solo in barriques e imprigionato in magnum.”   Sono già passati quarantacinque minuti, me lo dice il lettore CD che non emette più suono. La vecchia registrazione di un concerto di Duke Ellington è terminata- per fortuna il vino no- e allora mi faccio accompagnare da Keith Jarrett , poeta pianista, con il suo “The melody At Night, With You”. Ora il vino si è aperto, si è ingentilito; il Syrah tende a mettersi in evidenza con le sue note speziate, pepe rosa e chiodi di garofano. Sono comunque dettagli irrilevanti. In un momento di tenera intimità, qualsiasi particolare diventa componente di una sfera emotiva impossibile da codificare.  Con difficoltà allontano i pensieri non felici di questi ultimi tempi, dove tutto è difficile, dove non si passa un’intera giornata serena, dove quasi tutto diventa conseguenza dell’istinto di sopravvivenza.  Dove il significato di sopravvivenza stessa è stravolto dal livello di benessere che nonostante tutto, ci circonda. Sopravvivere, oggi, significa mantenere lo status.  Forse Gino, Joseph, mio padre, e tutte le persone care che non sono più su questa terra, stanno facendo ciò che più amano, e forse, non ci vorrebbero vedere tristi quando pensiamo a loro.

 

2 gennaio 2008

 Roccolo Grassi

(da sinistra: Sara, Andrea Bonini, Gino Veronelli, Christiane Perato, Marco Sartori.  Antica Trattoria "Il Busolo" Via Busolo, 1 Vago di Lavagno (VR))

Conosco i vini di Marco Sartori dall’uscita dell’amarone 1998. Lo assaggiai alla cieca , all’Enoteca Antico Bar di Bassano del Grappa, dove sbaragliò in scioltezza gli altri quattro vini degustati. Ne scrissi a Gino Veronelli che mi diede spazio sul numero 73 (anno 2003) di Veronelli EV (“Emozioni e Memoria nel vino di Marco Sartori” e nella Guida Oro I Vini di Veronelli 2004 (pp. 339-340)).

Riporto un breve estratto di quello scritto, ricordando che sul sito della Veronelli Editore è disponibile per intero.

 PRIMA, DURANTE E DOPO. Difficile giudicare un’opera dell’uomo se non si tiene conto di ciò che la precede , i motivi e le forze che l’hanno generata, l’obbiettivo vero del suo creatore. Troppo spesso un vino viene giudicato dalla sua degustazione, senza conoscere chi, come e perché l’ha prodotto in quel modo. Mi è impossibile definire “grande” un vino se non ne ho conosciuto il produttore, le sue idee, il suo modo di lavorare, il suo pensiero. Le sensazioni che si hanno durante la degustazione non possono non essere condizionate dal prima. Del resto pensando alla maggior parte dell’arte del novecento, dalla pittura alla scultura fino alla musica, se non si sposta l’attenzione dall’opera all’artista, nella stragrande maggioranza dei casi è difficile considerare arte l’oggetto: più facile artista il soggetto. In fine, la caratteristica del grande prodotto dell’uomo o della terra o di entrambi: di esso si conserva nel tempo inalterata la memoria, il dopo.  Dopo l’assaggio dell’Amarone Roccolo Grassi ’98 dell’omonima azienda agricola, non mi è stato possibile evitare di andare a conoscerne l’artefice….” (FF).

Ho da poco iniziato a leggere “Vino al vino” (prima ed. 1977) di Mario Soldati. Nel primo viaggio (autunno 1968) scrive alla pag. 77 :  “ …E il vino? Cosa c’entra il vino? Oh, se c’entra! Il vino è come la poesia, che si gusta meglio, e che si capisce davvero, soltanto quando si studia la vita, le opere, il carattere del poeta, quando si entra in confidenza con l’ambiente dove è nato, con la sua educazione, con il suo mondo. La nobiltà del vino è proprio questa : che non è un oggetto staccato e astratto,che possa essere giudicato bevendo un bicchiere, o due o tre, di una bottiglia che viene da un luogo dove non siamo mai stati. Che cosa ci dice l’odorato, e il palato, quando sorseggiando un vino prodotto in un luogo, in un paesaggio che non abbiamo mai visto, da una terra in cui non abbiamo mai affondato il piede, e da gente che non abbiamo mai guardato negli occhi, e alla quale non abbiamo mai stretto la mano? Poco, molto poco.”(Mario Soldati)

 Per inciso: Di Vino al vino sapevo solo l'esistenza, ne ho iniziato la lettura alcune settimane fa . Mi gratifica che uno scrittore vero, abbia espresso il mio stesso pensiero circa quarant’anni fa.

Tornando ai vini di Marco Sartori , devo dire che ciò che scrissi, sta trovando piacevolissima conferma. I vini di Roccolo Grassi sono meta ambita di ristoranti , enoteche ed appassionati, che fanno carte false per poterne disporre. Basti pensare:  per la provincia di Vicenza  le bottiglie di Amarone disponibili non superano il centinaio. Ricordo ancora che durante il nostro primo incontro, provai un certo imbarazzo nel dire a Marco, che la cosa che avevo maggiormente apprezzato del suo Amarone , era che non sapeva di Amarone.  Lo prese come un complimento. Questo perché capì subito cosa volevo dire.  Vendemmia dopo vendemmia, con la sola esclusione della 2002 – non prodotta- che ha dato solo un Valpolicella di eccezionale bontà ( si sa: nelle annate minori i grandi, non producono i primi vini, a tutto vantaggio degli altri fratelli di bottiglia), i vini si sono fatti più compiuti, sempre più vicini al ciò che –immagino- voglia da loro Marco. Precisi e potenti, ma non pesanti, perfettamente bilanciati ed eleganti. L’ultimo giorno del 2007 ho stappato l’Amarone Roccolo Grassi 2003, in commercio da un paio di mesi. Mi tornano in mente le stesse parole. Non sa di amarone. Non è certo una critica, non mi riferisco alla tipicità , al rispetto della sua natura, bensì al fatto che si stacca dalla maggior parte degli amaroni, dolciastri di un dolce fastidioso, pesanti come la marmellata che ricordano. E’ un prodotto di grande personalità, che riesce a farsi bere e di cui non ti basta un bicchiere: ricco, complesso, potente, elegante, pulito ma non freddo. Qualche giorno prima ho assaggiato il Valpolicella Roccolo Grassi 2004 – stesso stile – e assolutamente non un secondo vino, bensì un altro vino. Piacevolissimo. Ho festeggiato i primi minuti dell’anno nuovo con il Recioto di Soave La Broia 2004 – mi ripeto- entusiasmante.  Impossibile essere delusi dai vini di Roccolo Grassi, poiché se non fossero all’altezza delle aspettative, Marco sicuramente non li metterebbe neppure su mercato.      (Roccolo Grassi, Via San Giovanni di Dio, 21 37030 Mezzane di Sotto VERONA. Tel  045/8880089).

 

2 febbraio 2008

 Brindo a Gino con il Chaos 2000 della Fattoria le Terrazze.

                        

Il 2 febbraio 1926 nacque Luigi Veronelli – ogni 2 febbraio- stappo una bottiglia in sua memoria e gliela dedico. Quest’anno ho scelto il Chaos 2000, della Fattoria le Terrazze  di Numana (An). Nasce da un taglio fra montepulciano syrah e merlot; viene vinificato in acciaio e affinato per circa 12 mesi in barrique. L’annata 2000 fu premiata con il Sole da Veronelli, ambito premio, dato a soli 20 vini che nel corso dell’anno avevano maggiorente emozionato il Maestro.  La teoria del Caos è una delle più recenti e popolari conquiste della matematica,  risale agli anni ’60.  La matematica del caos dimostra che molti dei fenomeni  apparentemente aleatori , seguono  invece delle leggi ben definite. Famoso è l’effetto butterfly, secondo cui il battito d’ali di una farfalla potrebbe generare dall’altro capo del mondo, un uragano. Altrettanto famosi, e vere opere d’arte, sono i frattali , spessissimo utilizzati per rappresentare le equazioni che regolano il disordine organizzato. L’etichetta del Chaos 2000 raffigura uno di questi frattali: ogni annata un diverso frattale, forse ad indicare l’unicità di ogni vino. Riporto quanto Antonio Terni, titolare della Fattoria Le Terrazze, riporta in retro etichetta: “La teoria del Chaos spiega perché alcune realtà non si possano spiegare del tutto. Così come un vino- questo vino, qualsiasi vino- non si può spiegare in base alle innumerevoli interazioni fra le sue componenti. Meglio così”.La cosa che mi ha più colpito di questo vino, la si può capire dal confronto delle note del 2 febbraio, primo assaggio, e quelle del 3 febbraio, secondo assaggio. Testualmente il 2, annotavo: “Sincero fin dal colore, nessun eccesso. Né molto brillante, né molto concentrato. Resina, prugna secca; poi spezie: pepe rosa e più sotto, pepe bianco. Evidente, ma non invadente, il passaggio in carato. Lungo e persistente, non pesante ma neppure molto coinvolgente”. Insomma un vino di ottimo livello ma che non mi aveva dato grandi emozioni; volendo volgarmente dargli un voto: 89/100. La sera seguente, ho ripetuto l’assaggio (era rimasta oltre mezza bottiglia).  Mai mi era capitata una tale differenza (diverso il vino o diverso io?). Maggior brillantezza e concentrazione , con l’ossigenazione il vino ha assunto tonalità più scure , profumi più marcati, e in bocca si è fatto decisamente più complesso, perfino più bevibile. Lo stesso vino che la sera prima non mi aveva entusiasmato, lo ha fatto meno di ventiquattrore dopo. Il voto : 92/100. Sarà stato il caos. Alla tua salute Gino!.

 

24 febbraio 2008

 Una cieca per vedere meglio

 Va contro il mio pensiero assaggiare qualcosa senza sapere di cosa si tratta. Lo dico sempre, la valutazione, per quanto tecnica ed oggettiva, non può non tenere conto di chi e cosa stia dietro quel prodotto -vino e non solo. Nonostante questo, con pieno spirito ludico, difficilmente se posso, dico di no a questo tipo di esperienza. Capita con una certa frequenza che all’Enoteca Antico Bar di Fabio e Costanza- puoi leggere il mio scritto sull’enoteca, su Veronelli EV n°72 o sulla Guida Oro I Vini si Veronelli 2005-  io, Fabio , Andrea e Valentina, assieme ad altri, organizziamo serate di questo tipo. Il 15 febbraio, Fabio, ha organizzato una degustazione cieca, con tema “vini rossi italiani annata 1999”. Quattro i vini assaggiati. Dopo ogni assaggio, ognuno esprime la propria opinione su tipologia , vitigno, affinamento, e dà la sua valutazione. Ovviamente spesso- molto spesso- si va fuori strada. Il primo vino assaggiato ha dato immediato ed unanime consenso : sangiovese Toscano in purezza. Infatti si trattava del Fontalloro 1999 di Felsina. Riconoscibilissimo il vitigno e la sua terra, nonostante il passaggio in botte piccola, evidentemente usata con grande perizia. Un vino senza eccessi, ma un sangiovese esemplare. Da questo punto di vista- il migliore vino della serata. Il secondo assaggio ha indirizzato tutti verso un supertuscan.  Certamente sangiovese, ma sicuramente con aggiunta di cabernet sauvignon e forse merlot, anche per il colore molto carico e per una certa grassezza e opulenza. Si trattava invece del Brunello di Montalcino Greppone Mazzi 1999.  Un ottimo vino, ovviamente in perfetta forma, ma nessuno ci aveva sentito il Brunello. Il terzo assaggio è stato quello che ha mandato tutti fuori strada, era il Pin 1999 de  la Spinetta ( a memoria blend di nebbiolo , barbera e cabernet sauvignon, ma potrei sbagliare) . Il Pin è un ottimo vino, ma – parere mio- potrebbe provenire da qualunque parte, non identifica il territorio di provenienza. Anche per il quarto vino, si era abbastanza orientati verso un supertuscan.  Dovendo fare una classifica qualitativa, a quest’ultimo avrei dato il punteggio più alto. Un vino eccellente, ancora molto giovane, ricco, complesso e piacevole. La perplessità è nata quando ho saputo che si trattava del Chianti Classico Castello di Fonterutoli 1999. E qui nasce la questione: un Brunello che non sembrava un Brunello, e un Chianti che del Chianti non ha ricordato niente a nessuno dei sei presenti. Due D.O.C.G, fra le più importanti in Italia molto, ma molto meno riconoscibili di un I.G.T com’è il Fontalloro.  Tutti – in primis le guide- si affannano a dire: barrique si barrique no, meglio la botte grande, no, meglio l’anfora, meglio l’acciaio. Nessuno sembra preoccuparsi, nelle valutazioni, di quanto un vino rispecchi il territorio che rappresenta. Mi sono accorto e ogni giorno me ne convinco di più, che i vini davvero rappresentativi sono i vini base, dove gli interventi sono minori, dove si evitano spesso aggiunte di vitigni internazionali perché tanto, non ne vale la pena. Oggi credo diventi abbastanza fuorviante dire: questo cibo si sposa con un Chianti, con un Barolo, un Brunello. Quale Chianti?, quale Brunello?. Per una volta, una cieca, oltre a divertirmi, mi ha fatto riflettere  e vedere oltre- e meglio.

 

27 aprile 2008

 Ghiomo !

                              

 Se vuoi conoscere un vino , ti basta conoscere chi lo produce. Me ne convinco ogni giorno di più.  Prodotto e produttore hanno dei tratti comuni ,  come fra padre e figlio.  Ho conosciuto , dopo la segnalazione del caro amico Fabio, dell’Enoteca Antico Bar di Bassano del Grappa, da sempre luogo vero di scoperte, Giuseppino Anfossi. Sono andato al Vinitaly con alcuni propositi, ed uno di questi era assaggiare i vini dell’azienda agricola Ghiomo, di cui Giuseppino è titolare. E’ stato un incontro estremamente piacevole, da cui ho avuto ennesima  conferma che il futuro della vera enologia italiana è in buone mani.  L’indispensabile passione che porta – in ogni campo – a grandi risultati, la si può intuire dalle note che l’azienda fa precedere alle schede tecniche dei vini prodotti: “… La nostra azienda agricola, nata nei primi dell800, prende il nome dalla cascina “Ghiomo”, ex convento di frati, ed è situata a Guarene, nel cuore del Roero, a 3 km da Alba, patria mondiale del vino. Noi riteniamo che il vino sia radicato nella nostra cultura contadina, di cui andiamo particolarmente fieri. Il metodo di lavorazione da noi utilizzato è rigorosamente tradizionale, cerchiamo di cogliere quello che ci suggerisce la natura…” , “…Curiamo con totale attenzione e personalmente tutta la fase della vinificazione e dell’imbottigliamento, rispettandone completamente il ciclo biologico. Ci piace pensare che attorno ad un bicchiere del nostro vino si incontrino nuovi e vecchi amici e che dividano con noi la sensazione che proviamo nel produrlo e nel gustarlo…”.  Non servono altre parole per descrivere la filosofia produttiva della famiglia Anfossi. Aggiungo però, che in ogni vino, c’è un tocco di maestria, quello che serve per metterne in evidenza l’anima.  Ho riassaggiato tutti i vini – escluso il bracchetto- presentati al Vinitaly, in una decina di giorni, scoprendo fra l’altro il sensibile miglioramento nei primi tre giorni successivi all’apertura della bottiglia. Non mi era mai capitato.  Sono partito dagli Arneis. Il Fussot è forse quello che più rimanda al vino contadino, dove non c’è ricerca di estrema precisione, ma il tentativo , perfettamente riuscito, di lasciar fare quasi tutto alla terra e alla vigna. L’altro Arneis , l’imprimis è un capolavoro. Quasi un opposto rispetto al Fussot. Qui le uve vengono vinificate facendo precedere la pigiatura da un lungo periodo di permanenza a bassa temperatura. Un vino da favola. Anche i due Nebbiolo  Vigna Granda e Sansteu, hanno caratteri diversi, ancora una volta più umano il primo, di estrema complessità il secondo, le cui uve raccolte leggermente surmature, subiscono una leggera macerazione carbonica a freddo prima della fermentazione.In fine,pure le due Barbera , Lavai e Ruit Hora, le cui uve sono fatte appassire per 24 ore in apposito luogo, danno luogo a questa sorta di dicotomia. Splendidamente contadino il primo; estremo per carattere, potenza e soprattutto persistenza il secondo.  Rubo le parole di Mario Soldati in Vino al vino quando parla dei vini dell’Umbria : “…Ed è stata in questo fortunata: perché, se raggiunge solo in due o tre casi eccezionali la classe dei migliori vini piemontesi o altoatesini (cioè di vini prodotti in piccole quantità e con tutte le raffinatezze e le caute innovazioni di un artigianato serio)…” . Finezze e caute innovazioni di un artigianato serio. Ciò può descrivere la mano dell’uomo nei vini di Ghiomo. Perfino nelle etichette : è presente solo il nome dell’azienda e il nome del vino (tranne nel caso di Ruit Hora e Imprimis). Credo, a voler focalizzare l’attenzione sul vigneto, sul cru (anche se non in senso stretto) e sul suo legame con l’uomo che l’ha prodotto.  Ruit Hora, assaggiato meno di dodici ore fa, riporta in etichetta la riproduzione della meridiana del paese, che si intende restaurare, anche con parte del ricavato dalla sua vendita (poco più di mille bottiglie prodotte ogni anno). Riporto gli appunti di ieri sera , suggerendo quando si può , di ascoltare grandi vini , ascoltando grande musica.  Il piano di Keith Jarrett amplifica meglio di qualsiasi bicchiere le sensazioni e le emozioni, quasi un duo pianoforte-vino.

Ruit Hora..E’ il bacio di una donna. Labbra morbide, calde, profumate, sensuali. In bocca le sensazioni si fanno ancora più intime. Trama fitta e fina, il calore diviene liquido e si spande dalle labbra, alla bocca allo stomaco. Keith Jarrett sembra sottolineare e capire e assaggiare con me, per come mi accompagna….Piano solo, solo vino. The melody at night with you: musica che amplifica ogni sensazione. Ruit Hora è vino commovente.  Immagino: Ruit hora, sta per corre il tempo, fugge l’ora. Eppure le sensazioni rimangono lunghissime e intense, forse per provocazione….”.

Siamo di fronte ad un’altra piccola grande azienda che farà molto parlare di sé. (FF)                                                              Az.Agr. Ghiomo di Anfossi Giuseppino Strada Porini,23 - 12050  Guarene (CN). tel e fax 0173211531 - www.ghiomo.it.

 

 15/06/2008

 Mauthausen

 

Questa volta non è un vino. Musica , racconto , suoni, lontani dai canoni tradizionali. Un’opera difficilmente catalogabile, forse definibile come documento.      Zawinul, in piena solitudine, nel 2000,  compose,arrangiò e suonò Mauthausen.( distribuito solo in Germania, ma oggi reperibile grazie a internet) Vi si fondono voce narrante, suoni reali , campionamenti e musica. Ciò per raccontare la vita nel campo di stermino di Mauthausen. L’introduzione non è altro che un rumore di fondo, in crescendo. Bastano pochi istanti per disturbare chi ascolta, per creargli uno stato di profondo disagio. Il filo conduttore è il racconto della vita nel lager, un susseguirsi di momenti di tensione che culmina nel brano torture in cui le urla diventano suono, quasi strumento musicale. Zawinul con i sintetizzatori- al suo solito- crea dei suoni unici, irripetibili. Le voci campionate di torturatori e torturati – canto/cantilena turbano chi ascolta,  obbligano a riflettere. Circa un ora in cui ci si deve sforzare per non togliere il cd dal lettore. Se si arriva fino a No more, no more (titolato nell’album dei Weather Report 8:30, The orphan), si ritorna alla vita. Qui, il sax tenore di Wayne Shorter (da molti considerato il più grande compositore vivente), assieme ad un coro di bambini, riesce a far cambiare stato d’animo. Si crea un clima liberatorio, che sfocia nel finale Mauthausen : In Memoriam , dove Z. sembra volerci rassicurare che certe porcherie non capiteranno più (FF).

29/11/2008

 l’Etna e il Passopisciaro 2006

                   

Il 29 novembre, da quattro anni a questa parte, stappo e dedico una bottiglia alla memoria di Gino Veronelli. Questa sera ho pensato al Passopisciaro, per due ragioni: Veronelli adorava Andrea Franchetti e fui io a far conoscere questo vino al Maestro. Sei le annate finora vinificate: le prime tre elevate in barrique, le ultime 3 in botte grande. La discesa dalla Toscana di Andrea Franchetti dalla sua Tenuta di Trinoro a Castiglione in Sicilia, mi mise in allerta : usciranno grandi vini. In effetti il Passopiscaro 2001 (600 bottiglie prodotte) è a dir poco stratosferico. Nulla a che vedere con l’altra Sicilia. Non è un controsenso. L’Etna consente di ottenere sempre buone vendemmie, i vigneti sono piantati attorno ai 1000 metri e molti hanno oltre un secolo. Il Passopisciaro nasce dal recupero di vecchie vigne di Nerello Mascalese (credo di almeno 50, 60 anni , forse più). Va da sé, le rese sono bassissime, ed è – fortunatamente- impossibile una conduzione industriale. Solo vini contadini. L’altitudine porta le uve a maturazioni lente e non le cucina come accade nel resto della Sicilia. Ne nascono vini più somiglianti a quelli Piemontesi e di Borgogna che agli altri Siciliani. Da anni affermo : l’Etna sarà patria, al pari di Toscana e Piemonte, dei migliori vini rossi d’Italia. Ne sono prova da alcune vendemmie, i risultati ottenuti da Marc de Grazia con la sua Tenuta delle Terre Nere. Come in Borgogna, vinificazioni e imbottigliamento separato, vigneto per vigneto : Passopisciaro è nome dell’azienda e Cru, vigneto. Le prime tre annate : 2001, 2002 e 2003 elevate in barrique, da favola. Il 2004 e il 2005 elevati in botte grande li definirei minori. Il 2006 (circa 30.000 bottiglie), quello che sto assaggiando, mette in seria difficoltà. Nulla a che veder con le prime annate, troppo diverso, ma molto, molto sopra il 2004 e il 2005. A qualche esperto farò rizzare i capelli : sembra un grande Pinot Nero di Borgogna. Me lo avessero presentato alla cieca avrei affermato: Pinot nero!. Di colore rubino con unghia acquosa. Al naso: lampone, zenzero, tabacco, caffè, cioccolato, albicocca secca. In bocca l’acido/amaro del pompelmo. Di nuovo, al naso, delicato e allo stesso tempo inteso, quasi pungente. Pur nella sua gioventù – questo vino verrà fuori fra una decina d’anni- esprime un’incredibile complessità. Un paragone : Miles Davis con il suo (anzi di Joe Zawinul) In a Silent Way. Da almeno tre anni- in fine- azzardo : questa terra è capace di dare vini bianchi di classe superiore, tali da competere con i grandi bianchi di Borgogna. I produttori sembra non abbiano ancora trovato la chiave giusta, ma è solo questione di tempo. Franchetti quest’anno è uscito con un bianco (Guardiola 2007 -poche centinaia di bottiglie –chardonnay) purtroppo non ancora assaggiato , che spero generi l’effetto domino sortito dal Passopisciaro. (FF)

  

  24/12/2008

Enoteca  In Vino Veritas

                  

Ho atteso settimane per scriverne. Dall’inaugurazione – 6 dicembre – ci sono andato almeno cinque o sei volte. L’avventura è iniziata nel migliore dei modi, e di questo non avevo dubbio. Credo però che nessuno – Andrea e Valentina inclusi- potevano immaginare una risposta così felice da parte dei clienti- per numero e qualità. Ho cercato e osservato e riflettuto e analizzato e atteso di capire. Sono strane le dinamiche che determinano il successo o l’insuccesso di un locale. Ci capita di assistere a inattesi fallimenti o a strepitosi risultati, senza che ve ne sia ragione apparente. Sono arrivato alla conclusione che la differenza fra mediocrità ed eccellenza sia, come sempre, data da una moltitudine di piccole cose. Certamente la ricerca è un primo punto a favore di Andrea e Valentina; il secondo punto è costituito dalla politica dei prezzi. Ma non basterebbe. In realtà credo che il fattore decisivo sia dato dal clima. Se parlassi di un vino direi che il suo successo è dato dal terroir.  Chi ama il vino mi può capire : il successo di In Vino Veritas è dato dal terroir!  Certo aiutano le almeno cento etichette praticamente tutte disponibili in mescita, aiuta la cortesia, e certamente aiuta ciò che Andrea propone , ma soprattutto proporrà, in abbinamento ai vini. Ma la verità sta in quella parola magica, intraducibile, ma di cui ogni vignaiolo conosce il significato : terroir! E come per un vigneto, i risultati migliori arriveranno per chi saprà aspettare.  (FF)

29/12/2008

 In A Silent Way

        

 Joe Zawinul e il suo Syndicate, nella loro ultima apparizione al Lugano Jazz Estival 2007. Era il giorno del  suo settantacinquesimo compleanno: 7 luglio 2007 – 07/07/07. Zawinul era già fortemente provato da una rara forma di tumore della pelle, ma non la sua musica, vitale come sempre. Meno di tre settimane dopo, la moglie Maxine , gravemente ammalata, lo lasciò. Questo , più della sua malattia, gli tolse ogni forza di vivere. Sei giorni dopo la morte di Maxine, ancora un concerto, questa volta con lui il suo compagno dell’avventura Weather Report per oltre quindici anni : Wayne Shorter. Suonarono come ai vecchi tempi : solo loro due sul palco, sax soprano e tastiere. Un’improvvisazione che entrerà nella storia del Jazz, sul tema di In a Silent Way. Di tutto questo ci rimane un incredibile documento, un doppio Cd intitolato semplicemente 75th. Era il tour del suo settantacinquesimo compleanno. Tre giorni dopo aver suonato In a silent way , Joe venne ricoverato, il suo ultimo ricovero. L’11/9 – tornò ad incontrarsi con Maxine, per sempre. L’importanza storica di questa registrazione e la carica emotiva che racchiude sono incommensurabili.  Negli ultimi vent’anni con il suo Syndicate, Joe aveva girato ogni terra della nostra Terra e ne aveva raccolto le testimonianze, i suoni, le tradizioni, gli strumenti. La musica – tutta- ha un grosso debito con lui.  Jaco Pastorius – genio e sregolatezza – per molti anni bassista dei Weather Report , ancora giovanissimo e poco prima di essere picchiato a morte durante una rissa, dormiva sulle panchine e viveva da barbone. Un giorno suonò alla porta di casa Zawinul e consegnò un biglietto sgualcito con sopra scritto : “Buon compleanno Maestro”. (FF)

 1/01/2009

La chiusa 2008

Chiamiamo fra amici chiusa l'ultimo bicchiere della serata, quello bevuto a mò di commiato. La chiusa in questo caso è l'ultima bevuta dell'anno, quella del 31/12. Lasciamo perdere l'apertura della serata: uno spumante brut rosè metodo classico di Kettmeir: sapeva di tappo. E' stato bevuto lo stesso, all'insegna del chissenefrega (che pretendi dal 2008?). Con la spigola abbiamo bevuto un Podere Sassaie 2007 Petreto di cui ho già parlato spesso. Mi preme parlare del Brunello di Montalcino Riserva 1973 Argiano: stappato a fine cena, bicchiere via bicchiere ha mostrato, dopo un'iniziale copertura legata al normale stato ossidativo di un vino di 35 anni suonati, una classe e una possibilità di ulteriore invecchiamento davvero straordinaria. Anche il brindisi ha lasciato un bel ricordo: Champagne Brut Deville 1996: è vero, il 1996 in Champagne è stata una grande annata, ma l'evoluzione in bottiglia di questa bollicina ha dato grandi soddisfazioni. Freschezza e complessità, nient'altro. Prima di questo, con della pasticceria secca fatta in casa ,uno degli unici veri muffati d'Italia: il Pourriture Noble 2004 Petreto, una conferma.Il 2008 si è concluso con una nevicata, strade bianche e candide, e la speranza che da oggi le cose inizino a cambiare in meglio...sperare bisogna.

 

Ho scritto...

La  pagina delle mie "recensioni" o dove racconto di fatti o di luoghi o di persone di avvenimenti o di ciò che mi passa per la testa...